1°
CANTO
1.
Pinnolfo
sardacen e li su mori,
Gionni
de gigantesche imprese io canto.
Pur
se ne fecer di tutti i colori,
pur
se fu poch’onore e danno tanto
fur
lor ch’ebber de cangiar i valori
de’
saracen e de’ cristiani il vanto,
grazi’a
Doraldo, Angiolio, Pazzolella
Bullator,
Olivissa ed Antonella.
2.
E
se tali nom vi giungono strani
vi
narrerò d’un divertente fatto,
di
ciò ch’accadde a due poveri umani
il
fato dei quali diede di matto:
ei
de la vita avean piene le mani,
alché
capitò, cambiaron d’un tratto
come
ridar nuova mano di carte,
li
tempi, li luoghi, li nom e l’arte.
3.
Si
trovaron dunque mill’anni indietro,
a’tempi
de re Carlo e cavallieri,
e
fu tanto veloc’il passo al tetro
ch’a
quelli fu presto scordar lo ieri.
Giunti
guardaron ne l’acquoso vetro
e
Bullator disse: <<Ohibò siam veri?
Che
sono ‘sti panni vecchi e sdruciti?
In
qual tristo luogo siamo finiti?>>
4.
<<Siam
in Barbagia, in pien Supramonte>>
disse
Pinnolfo, il qual n’ebbe capito
che
tra Franc’e Spagna l’era s’un ponte
tra
l’alte vette de’ Pirenei sito.
Allorch’ei
vide appropinquars’il conte
tosto
pensò che l’Orlando fia Tito:
quel
caro compare di tazza che fu
finché
tempo fa gl’annunciò: <<n’berrò più>>;
5.
destand’in
quello la grande offensione
ch’ancor
in fondo all’anima albergava.
Sicché
con istintiva decisione,
man
man che l’ignar cavallier calava,
d’affrontar
quello in singolar tenzone
altro
messer Pinnolfo non bramava:
<<Orsù
mio Bullator, fido scudiero,
sella
lo mio destrier, o ti fo nero!>>
6.
Alla
minaccia lo scudier fu lesto
nel
porgere al padrone scud’ e lancia.
<<Per
la mia strada n’ passerai che pesto>>
sbraitò
calcando l’elmo nella guancia;
alfin
vicin a quell’ urlò :<<tien questo!>>
ma
Orlando
l’infilzò giù nella pancia.
Ciò
che capitò fu sì strampalato
che
sol fra qualche ottava è raccontato.
7.
Per
un istante fermiamo la scena,
lo
nostro sguardo di poco spostiamo
a
Gionni tristo che’l cavallo mena
in
una corsa tan fuor ch’ogne ramo
al
suo passare patisce la pena
di
far d’animal lo caldo talamo.
<<Pagan,
saraceni>> quei forte grida
<<nessuno
dunque raccoglie mea sfida>>
8.
Quello
di viver n’avea alcuna meta
che
brandire spade e calcare sproni,
librar’al
vento la purpura seta,
stare
lontano de’ guerre e de’ troni.
Giacché
la vita fu lui meno lieta,
giacch’ei
fu preda de disperazioni,
dacché
l’amor de la terr’è partito,
dacché
l’amor ne la selv’è finito,
9.
dacché
partì sua gentil Pazzolella
Gionni
pensò de seguire quell’orme,
poi
rifiutò de cader ne la cella
per
que’ ch’infrangono l’angeliche norme.
Quand’è
sì forte il rimpianto di quella
quello
cavalca, cavalca e mai dorme,
e
se struggimento sente sì forte
l’immane
dolor lo si sfogh’in morte,
10.
morte
di tanti, di tutt’i pagani.
<<Morte
di voi>> rabbioso diceva
<<la
colpa l’è vostra, vili e marrani,
s’il
mio pover cuore nulla l’allieva.
Voi
che cangiate li san’ in insani
turbaste
donna ch’a vita m’ergeva.
M’alfin
pagherai, o re molto stolto,
a
me pagherai, ché a me fu tolto!>>
11.
Gionni
piangea l’addio di tal dama
ch’ell’er
sulle prime dolce e leggera.
Si
sa se l’ami non sempre ella t’ama
infatt’in
amor non era sincera:
celav’invero
n’amorosa trama
e
dell’ignaro partiva ogni sera,
pel
re saraceno Angiolio trovare
e
tra le frasche d’amore volare.
12.
Abbiate
a saper ch’Angiolio f’ucciso
dop’un
duel coll’Orlando furioso;
ciò
spins’ad aver de vita deciso
la
Gionni dama, dal cuor animoso,
d’aver
de corpo lo capo reciso,
dand’allo
spos’il dolor impietoso.
Ei
volea Olivissa ne’ panni lutti,
regina
de’ mor e d’Arabi tutti,
13.
poich’ei
non sapea ch’Angiolio era morto,
anch’ignorava
le lor scappatelle,
ed
ai pagani dav’il solo torto
d’avere
rotto le di lei rotelle.
Quindi
guidato da tal pensier storto,
cercav’Angiolio
per fargli la pelle,
ch’a
dir il ver n’canosceva nemmeno,
sapeva
sol ch’er il re saraceno.
14.
Intanto
Pinnolfo, d’asta toccato,
l’udì
Bullatore, gl’occhi coperti,
un
chiaro sentir d’om disarcionato
e
fu tanta gioia alché vide inerti
l’Orland’e’l
cavallo, proni s’un lato.
Eppur
noi si er’ ancor più che certi,
di
contra veder Pinnolfo disteso,
ché
n’avevamo scordat’il gran peso.
15.
Prego
scusate se v’ho tanto sunto
tale
duello di grand’importanza,
tant’è
vi basti conoscer il punto.
Dell’ottava
su de dirvi m’avanza
che
galoppando l’Orlando era giunto,
ed
al terren ora dava la panza.
Fu’n
ventre letale quel del Pinnolfo,
ben
più fatale de piomb’e de zolfo.
16.
N’eran
passati che pochi minuti
che
s’odon d’Iberia salire de’ cori,
lo
terren trema e l’uccelli muti
volano
lesti per lidi migliori.
Invece
i nostri non ancor riavuti
su
tracce d’Orlando contan mil mori.
Questi
urlan irosi, tagliand’i frondi:
<<Vigliacc’Orlando
perché ti nascondi?>>
17.
<<Chi
sono quelli che cercan l’Orlando?>>
chiese
Pinnolfo, più calmo che mai.
A
lui lo scudier, d’orrore tremando:
<<ei
son saracen, n’abbiamo che guai!>>.
<<Sardacen
dissi?!>> esultò smontando
<<per
tutta vita ne ho chiest’assai,
per
la Barbagia, ad ogne pastore,
per
de Sardigna scacciar l’invasore!>>
18.
Quando
quel, verso loro, ebbe corso,
quand’ebbe
urlato la su’ gioia in sardo,
quelli
pensaron ch’un can l’ebbe morso,
quelli
pensaron che fosse un po’ tardo.
Sicch’un
s’accins’a tirargli nel dorso,
credendol’inoltre
vile codardo.
Lo
bloccò tosto Doraldo sergente,
vedend’a
terra l’Orlando morente:
19.
<<Fermo
che fai o pazzo guerriero,
forse
non vedi chi per terra giace?
Egli
è l’Orlando co lo su destriero,
ch’alma
d’Angiolio raggiunga la pace,
dacché
l’Orlando l’è steso davvero
gloria
a colui che ne è stato capace.
Quello
sarà’l nostro nuovo sovrano
ché
prenderà d’Olivissa la mano>>
20.
Ad
afferrarlo, e a levarl’al cielo
pur
s’eran tanti riuscivan a stento:
<<Ch’a
Barcellona si scopra lo velo,
che
si festeggi lo gioioso evento,
ch’ogni
portata sia fatta con zelo,
ch’anch’il
contado sia alfine contento.
Che
si port’il re ne la Catalogna,
ch’Orland’invece
sia messo a la gogna>>.
21.
Di
lì correa lo Gionni confuso,
quel
s’arrestò al sentir l’alte gride,
tirò
del caval co’ briglie lo muso,
il
quale nitrì com’om forte ride.
Giuns’il
rumor a Dorald’Andaluso:
<<che
nessun fiati>> ma nessuno vide,
ei
guard’indietro <<l’orecchio non mente,
forse
che sbagli, può darsi l’è niente.
22.
Forza,
soldati, leviamo le tende,
non
v’è motiv’ad impensierir oltre
la
catalan capitale ch’attende>>
disse
sparendo ne la verde coltre.
Allorché
natura suo corso riprende,
che
terra smette di tremar inoltre,
Gionni
de suo nascondiglio vien fuori:
<<Or
godi pagan, giacché presto muori>>
23.
ed
ei scompar ne l’ombrosa foresta,
di
quei la coda di presso tallona,
pure
per partecipar alla festa,
anch’egli
andrà a la bel Barcellona.
Ei
vole sommar a l’altre sue gesta
lo
spengimento de pagan corona.
Poch’ottav’ancor,
v’assicur lo vale,
poiché
ci apprestiamo al grande finale
2°
CANTO
1.
Or
il mezzo disco s’irradia rosso
su
coste e scoglier de foresta folte,
s’un
tristo porto a’ monti ridosso
luttuoso
pel re e per spade sepolte.
Ne
vie del borgo non un pass’è mosso
ché
tutte genti d’Orfeo son avvolte,
e
quand’un sol raggio la notte arresta
riecheggia
lo grido: << Deh, Spagna, desta!>>
2.
Apron
li ram sette fil de’ soldati:
li
lati hanno torce, poi spad’e drappi,
dal
centro s’alzano l’odi de’ vati,
poi’n
pedon giunge, tirato de cappi.
Ha’l
fangh’in viso e i panni strappati
quel
non favella, ma per lui gli strappi.
Dicon:
<< i’ son paladin de re Carlo,
pel
disonore son muto e non parlo>>.
3.
Segue
Pinnolfo s’un bianco stallone,
più
giù Bullator, pur sempre scudiero:
<<quello
ch’accade l’è sanza ragione,
questo
l’è’n sogno, non puot’esser vero>>
Poi’l
re futuro, con far fanfarone:
<<non
senti’l volgar, noi siam ad Alghero!
Qua
sarò fatto sol re d’Arborea,
sardi
capiron la gran vertù mea>>.
4.
Intan
piano pian che sfilan le spade,
le
voci vanno, su giù, d’ogne parte,
luci
s’accendon per tutta cittade,
tutti
a vedere li figli di Marte.
Madri
che speran sia’l figlio fuor d’Ade,
corron
co mogli de tempo sparte,
de’
qual’ la meta final è la piazza
sovra
l’ qual sale la regal terrazza.
5.
De
là s’affaccia regin Olivissa,
presto
seguita de fedel ancella;
per
qualch’istante la via guardò fissa,
poi
d’un sol fiato si rivols’a quella:
<<guarda
quell’anima a li lacci affissa,
chi
cel’il fango, mia car Antonella?>>
<<non
lo distinguo, ma mi sembra chiaro,
egli
è l’Orlando, caval a voi caro>>
6.
Com’
lunga chiatta separa le onde,
al
pari le truppe muovon la folla.
Quando
l’Orlando l’è tra le due sponde,
d’odio
e dolor è sì tanto satolla,
che
salgon d’usci e scendon de gronde
tan
frutt’e sassi ch’ei pregante crolla.
Allor
quei pensa: <<più nulla m’avanza>>
e
fra l’urla vide tenue speranza.
7.
C’è
nuovo sangue ne vene provate,
ei
poggia un piede, fiero si rizza,
corre
incurante de pietre lanciate,
dand’a
Dorald’un motivo di stizza:
<<basta,
è abbastanza, quest’astio arrestate,
ho
una novella, che’l core m’attizza:
voglio
ch’un grido de gioia si desti,
salutat’il
re, non siate più mesti>>.
8.
E
alch’il sergente lo re proclamò,
e
alché la turba di gente gioì,
allorch’il
sovran li pugni al ciel alzò,
allorch’il
frastuono alla luna salì,
sol
quando la folla <<Pinnolfo>> intonò,
sol
quando lo chiasso la scorta intontì,
apparv’un
uomo c’un cappuccio stretto,
che
soccor conte de corde costretto.
9.
Un
colpo di spada, spezza le corde,
col
colpo secondo uccide un turbante,
poi
prende l’arma, di chi terra morde,
che
getta al conte, de spada mancante.
Or
ei spall’a spalla sfidano l’orde
de
milia pagan che hanno davante.
L’Orlando
disse: <<gli amici son dove?>>
<<Ei
son lontano, senza tue nuove>>
10.
Intant’i
villani, lo sangue visto,
corrono
e spingono sanz’alcun freno,
vocan
e urlan lo nom de lor cristo,
pestan
e scappan com se fia veleno.
Un
sol cavallier al caos non è misto,
quelli
è Doraldo a pochi da meno:
<<paladin
fermo! Pur tu incappucciato!
Ch’il
fil di spada n’avete assaggiato!>>
11.
La
prima l’è piena, l’altra l’è mezza,
delle
du' lun che sormontan su’ testa,
e
contr’una spada, a ‘ste gest’avvezza,
quel
lanciasi tosto con quest’in resta.
Alché
distanza tra i due si dimezza,
l’Orlando
giù, piroetta ed assesta
un
colpo degno de’ canti e de’ vanti
ch’om
ferma su spad’ e’l caval v’avanti.
12.
L’ignoto
prende ‘l destriero per briglie,
gli
salt’in groppa ed Orlando rapina;
non
è trascorso c’un lampo de’ ciglie
che
quei son lungi de tanta rovina.
Doraldo
pron, per pupille vermiglie
vede
tra flutti de folle marina
scappare
via’l capo, un tempo coperto,
ch’è
certo Gionni per pelo non erto.
13.
Mentre
Pinnolfo, per troppo trambusto,
fu
de scudier portato a riparo
d’enorme
quercia dall’enorme fusto
d’un
lungo tratto lontano dal faro.
Il
fato ch’ ha de sorpresa lo gusto,
che
vita de noia riempie ver raro ,
facet
ir lo destrer de Gionni e Orlando
verso
gran ghianda li ferri puntando.
14.
Quando
Bullator osserva’l scalpiccir
tardi
è scappare, quindi la quercia
comincia
a scalar e su se a far salir
lo
re Pinnolfo ch’orecchia l’ha guercia.
Indi
stanco pel stremo sforzo e’l soffrir
lo
suo signore su’un ramo rabbercia.
Qualch’istante
prìa che giungan quelli
l’altri
due affittan li nidi d’augelli.
15.
<<Che
pensi?>> dì Gionni <<ch’ei son a
spalle?>>
<<Mai
alcun cane trovò l’orma scura>>
rispond’
Orlando guardando giù a valle.
Allor
lo primo fermò la premura,
e
ché silente sent’ il basso calle,
s’arresta
proprio ne’ quercia radura.
<<Sta
sitto, sta spento>> sussurra’l scudier
<<se
stante n’hai smesso de senso soler>>
16.
<<Dunque
perché m’aiutasti sì bene?>>
chiede
giù il conte accostandosi al tronco,
prendendo
briglie sì che’l caval tiene,
stringendole
ben ad un ramo monco.
<<Se
tanto ci tien a sentir le mie pene
eccoti
dunque lo mio tristo ronco>>
Ed
egli conta sua lunga tragedia
ch’ei
sovra l’alber son presi d’inedia.
Arizona Colt
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